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6 piante velenose, tossiche e pericolose per l’uomo che si trovano in Italia

Piante velenose, pericolose e tossiche in Italia

Nel mondo industrializzato, chimico e frenetico in cui viviamo si sta manifestando sempre più la voglia di avvicinarsi alla Natura, un bisogno comprensibile ma non privo di rischi.

Infatti, se ci si dedica alla raccolta di piante erbacee spontanee è alta la probabilità di confondere le diverse specie e raccogliere una pianta pericolosa. Sono molte le piante tossiche, pericolose o addirittura mortali che si possono incontrare anche solo osservando il proprio giardino o facendo una semplice passeggiata nel bosco.

6 piante velenose in Italia

Ecco un elenco di 6 piante velenose, comuni in Italia, di cui spesso non si conosce l’azione tossica.

Belladonna (Atropa belladonna L.)

Il cui nome deriva da “Atropos”, che nella mitologia greca è il nome di una delle tre Moire che taglia il filo della vita + “Belladonna” in quanto le donne nel Rinascimento utilizzavano il succo ottenuto dalle bacche come collirio allo scopo di dilatare le pupille e rendere lo sguardo più seducente.

Tutta la pianta è considerata tossica, ed in particolar modo le bacche. In un bambino l’assunzione di 2 o 3 bacche può essere fatale, mentre nell’adulto una quantità di 10 o 15 bacche.

I sintomi che si manifestano sono: nausea, vomito, tachicardia, ipo-salivazione, diminuzione della diuresi, stitichezza, difficoltà nel deglutire, alterazioni della vista, ansia, delirio, vertigini, convulsioni e coma. L’uso della pianta in fitoterapia è stato abbandonato a causa del rapporto sfavorevole tra rischio-beneficio.

Esistono comunque preparazioni omeopatiche a base del “veleno” di questa pianta.

La Belladonna può essere utilizzata nel trattamento di stati spastici a livello dell’apparato digerente ma solo su prescrizione medica dopo un’attenta valutazione del rapporto rischio-beneficio.

Le bacche della Belladonna assomigliano molto alla “ciliegia tenerina” scura ma mantiene il calice del fiore con 5 lobi verdi.

Cicuta (Conium maculatum L.)

Ovvero Cicuta maggiore, è una pianta erbacea che se spezzata emana uno sgradevole odore di urina.

Da non confondere con altre Ombrellifere commestibili come ad esempio l’Angelica.

La Cicuta è famosa per essere l’ingrediente principale dell’infuso che diede la morte a Socrate, condannato alla pena capitale (la cui morte venne descritta nel Fedone di Platone). Nel corso della storia fu poi utilizzata, oltre che come veleno, anche in rimedi medicinali dall’azione analgesica e spasmolitica (in dosi molto molto basse).

Esiste inoltre la Cicuta minore (Aethusa cynapium L.), una specie di Cicuta da non confondere con il Prezzemolo e il Cerfoglio in quanto potrebbe provocare avvelenamento da ingestione.

Tutta la pianta è velenosa e può causare la morte a causa delle neurotossine presenti.

Provoca la paralisi neuromuscolare portando al decesso per asfissia. Oggi l’uso della Cicuta si ritrova solo in alcuni farmaci antidolorifici in dosi controllate. Uno degli esempi che dimostra che è la dose a fare il “veleno”.

Per questo motivo è importante che la somministrazione sia seguita esclusivamente dal medico.

 

Mughetto (Convallaria majalis L.)

Questi piccoli fiori candidi che spesso troviamo nei giardini nascondono un oscuro segreto…la loro azione nell’uomo viene citata per la prima volta nel XVI sec. da Andrea Mattioli che porta la testimonianza dell’uso da parte dei tedeschi di questi fiori per dare energia a cuore e cervello ma provocando alterazione del battito cardiaco, vertigini e mal di testa.

Oggi infatti si conosce l’attività digitalica di questa pianta, da utilizzare solo sotto prescrizione medica.

Tutta la pianta, infatti, contiene glucosidi cardioattivi. Alle opportune dosi terapeutiche il Mughetto migliora la meccanica del cuore, rallenta il battito, lo rinforza e lo regolarizza con un aumento dell’irrorazione arteriosa senza aumentare la pressione.

Nonostante la sua potenziale azione benefica l’assunzione di questo rimedio deve essere eseguito sotto controllo medico in quanto a dosi tossiche (molto vicine a quelle terapeutiche) i battiti aumentano e dopo fasi di aritmia il cuore si blocca improvvisamente provocando il collasso.

Oleandro (Nerium oleander L.)

Sono tra le piante ornamentali da giardino più utilizzate.

Spesso si trova in giardini, piazze e lungo le strade.

Tutta la pianta è tossica, e solitamente l’avvelenamento avviene per ingestione delle foglie, spesso confuse con foglie di Alloro.

I primi sintomi di intossicazione sono malessere, confusione mentale, nausea e vomito.

Successivamente compaiono bradicardia, polso irregolare o debole. Questi ultimi sono dovuti alla presenza di principi attivi chiamati glucosidi cardioattivi, che agiscono direttamente sul cuore. In fitoterapia ne viene sconsigliato l’uso in quanto non è possibile ottenere un contenuto di principi attivi costante e di conseguenza è difficile determinare una precisa dose terapeutica.

Le sue foglie non sono da confondere con quelle di diverse specie di Alloro.

Tasso (Taxus baccata L.)

Già il poeta Ovidio (43 a.C. – 17 d.C.) parlava di come questa pianta facesse ombra sulla strada che portava nel mondo dei morti.

Albero sempreverde che può anche superare i 15 metri di altezza, la cui tossicità era conosciuta fin dall’antichità.

Tutta la pianta contiene principi attivi tossici, l’involucro rosso e carnoso che protegge il seme è generalmente considerato blandamente tossico.

In caso di grave intossicazione i sintomi sono: vomito, diarrea, tremori, vertigini, sbalzi d’umore, pressione bassa, bradicardia, fino a convulsioni, coma e collasso (in 30 minuti dalla comparsa dei sintomi). Intossicazioni meno gravi si sono registrate con l’ingestione da parte di bambini delle “bacche rosse”.

Il seme ricco è di principi attivi tossici ma solitamente, essendo molto amaro, non viene masticato e questo spiega la poca frequenza a casi gravi. Quindi meglio non farsi attrarre dall’aspetto succulento dei suoi frutti.

Veratro (Veratrum album L.)

Pianta che in passato è stata utilizzata per il trattamento della pressione alta ma che attualmente non viene più considerata proprio a causa della sua alta pericolosità.

La tossicità del Veratro si estende su tutta la pianta ed in particolar modo sulle radici.

Il grado di intossicazione è grave e reale, e i sintomi sono: bruciore delle mucose di labbra e bocca, iper-salivazione, vomito, diarrea, vertigini, disturbi della vista, rallentamento del ritmo cardiaco, respirazione difficile, rischio di collasso.

La dose terapeutica può risultare già tossica, in quanto la dose letale si ha già a 2 g.

La letteratura evidenzia che molti casi di intossicazione sono avvenuti in seguito alla preparazione del cosiddetto “vino alla Genziana”, un preparato artigianale che prevede l’uso della radice di Genziana. Un occhio poco esperto potrebbe confondere facilmente la Genziana con questa pianta tossica. La Genziana maggiore, ovvero la pianta corretta da raccogliere, a sviluppo completo presenta le foglie opposte a 2 a 2, mentre il Veratro presenta le foglie alterne.

Fonti:

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